Quello del 17 febbraio è stato un pomeriggio suggestivo: a Milano abbiamo visitato la mostra “I Macchiaioli” e il Planetario.
La mostra di Palazzo Reale ospita più di cento capolavori della rivoluzione pittorica toscana dell’Ottocento, dal contesto risorgimentale fino alla maturità del movimento, con artisti come Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Giuseppe Abbati, Telemaco Signorini.
È una forma d’arte terrena che rompe con la tradizione accademica non solo per lo stile diretto e moderno, ma anche per i soggetti riprodotti. Non concede nulla all’eroismo, alla nobiltà dell’esistenza, alla ricchezza dei più abbienti. I pittori mostrano la vita concreta di gente comune: le donne che rammendano le divise dei garibaldini, i contadini che con i buoi tornano dai campi, le persone che cercano di riposare, la crudeltà della guerra tra morti e feriti. Le opere evidenziano la “macchia” di colore come sintesi di una pittura che mostra verità e realtà, dove luci e ombre si intrecciano e compongono la materia e la vita.
Anche la visita al Planetario è stata affascinante. Dotato di una grande cupola, l’edificio “Ulrico Hoepli” ha un proiettore opto-meccanico – il planetario vero e proprio – che riproduce l’aspetto del cielo stellato visibile a occhio nudo e i suoi movimenti. È il più grande e antico in Italia, conservando ancora le sedie girevoli del 1930.
Abbiamo riconosciuto i pianeti vicini a noi, le stelle più luminose come Sirio e famose come quella Polare, le costellazioni leggendarie come Orione, l’Orsa Maggiore, Cassiopea, lo Scorpione, e i miti greci che hanno dato loro il nome. In realtà questi raggruppamenti sono invenzioni: a causa delle distanze smisurate tra le stelle stesse e il nostro pianeta, la “volta celeste” non esiste. Scienza a parte, quando la relatrice ha simulato l’assenza del cosiddetto “inquinamento luminoso”, siamo rimasti estasiati dall’infinità di stelle che tappezzavano il cielo, folte e intriganti. Era lo spazio oltre i limiti dell’occhio umano.
Giuliana Guerri
