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Ver Sacrum e la grafica della Secessione viennese

Si è conclusa il primo marzo la mostra “Ver Sacrum e la grafica della Secessione viennese”, allestita presso il Museo Civico di Crema. Un impegnativo lavoro di ricerca e raccolta, punto d’arrivo di una fruttuosa collaborazione tra privati, enti pubblici e associazioni. In esposizione i numeri più significativi della rivista Ver Sacrum e tanti lavori dei Secessionisti e dei loro “corrispondenti”, comprese alcune opere dell’arte giapponese che aveva anch’essa inciso sulle innovazioni grafiche del periodico. Una mostra molto curata, ricercata, elegante, un viaggio affascinante in quella seconda metà del XIX secolo ricca di grandi fermenti culturali. L’esigenza di emancipazione dai rigidi canoni dell’arte accademica e convenzionale aveva generato numerose avanguardie artistiche. La Secessione viennese si inserisce in questo panorama variegato di movimenti innovatori, accomunati dalla volontà di sperimentare. Nel 1897 un gruppo di artisti austriaci, guidati da Gustav Klimt, decise di staccarsi dalla Kunstlerhaus (storico centro culturale espositivo) portando avanti il concetto di opera d’arte totale. Fra loro, oltre a Klimt, c’erano Olbrich, Hoffmann, Max Kurzwell, Koloman Moser, Otto Wagner : il Palazzo della Secessione fu la loro sede e la rivista Ver Sacrum il loro manifesto. Ispirandosi al poeta tedesco Ludwig Uhland che così aveva titolato un suo poema, il Ver Sacrum, la primavera sacra, richiamava anche un antico rito italico.

   

I nati in primavera venivano consacrati alle divinità e, al compimento della maggiore età, allontanati dal gruppo originario per fondare una propria comunità o per mischiarsi ad altre genti. Si sottolineava così la sacralità di un distacco che significava rinascita e conoscenza. La rivoluzione secessionista non voleva essere una rimozione del passato, ma una sua rilettura con una sensibilità moderna. Ver Sacrum venne pubblicata dal gennaio 1898 alla fine del 1903, prima con cadenza mensile, successivamente bisettimanale. La rivista stampò un numero impressionante di disegni, illustrazioni, litografie e xilografie. Austriaci o di area più genericamente mitteleuropea, collaborarono con artisti stranieri di cui accolsero le suggestioni, in uno scambio reciproco di competenze e creatività.

La pubblicazione di Ver Sacrum terminò dopo appena sei anni, soprattutto per motivi economici e perché, nel frattempo, molti dei suoi fondatori avevano spostato la loro attenzione verso altri progetti. Furono anni intensi di eccezionale circolazione di idee e fervore creativo. “Ad ogni tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” (Ludwig Hevesi).

Rivoluzione Grafica

La mostra su Ver Sacrum ruota intorno alla collezione privata di Giovanni Biancardi, che ne ha curato l’allestimento insieme a Silvia Scaravaggi ed Edoardo Fontana. Una mostra rara anche per la difficoltà a reperire le copie originali, edite con una tiratura limitata. La pubblicazione della rivista seguiva l’interesse per il design del libro introdotto dal tardo preraffaellismo. La sua grafica si basava sull’ asimmetria della pagina, mutuata dal minimalismo giapponese insieme alla bidimensionalità delle figure.

I soggetti decorativi floreali dell’ Art Nouveau si univano alle linee essenziali e alle geometrie eleganti del modernismo scozzese; l’eros del simbolismo belga al misticismo di Segantini e alle sue tecniche divisioniste. Tutte le sollecitazioni artistiche coeve confluirono in Ver Sacrum dando vita a un prodotto originale e raffinato. Ogni numero del periodico era un’opera d’arte a sé, una “struttura” in cui le illustrazioni, il testo, i caratteri tipografici, l’impaginazione, l’insolito formato quadrato, tutto era “costruito” e finalizzato a un’esperienza unitaria e a una comunicazione visiva d’impatto: nasceva una nuova estetica editoriale.

Gaetana Puglisi

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Adriano Tango
Adriano Tango
8 secondi fa

Ricorda molto le storie di Argonauti e simili nella Grecia antica: giovani adulti, a sorte, erano inviati su navi altrove, come colonizzatori, e le donne se le dovevano trovare sul posto. Morale, anche allora, soprattutto ad Atene, si soffriva di sovraffollamento. La differenza è che allora esisteva un “altrove”,ora gli Argonauti dove li potremmo madare, su Marte a cuocere a fuoco lento di radiazioni gamma? Intendiamoci, per l’antropologia non disdegno certo il lato artistico del pezzo di Gaetana!

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