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Le Terre Rare tra innovazione e impatto ambientale – Parte 2

Nella seconda lezione Mario Lunghi si è soffermato sulla produzione, la raffinazione e la sostenibilità delle terre rare.

Da trent’anni a questa parte gli utilizzi di tali sostanze sono cresciuti a dismisura: superconduttori, magneti, catalizzatori, laser, fibre ottiche, paste abrasive, applicazioni nella diagnostica medica avanzata.

I loro prezzi sono influenzati dalla domanda tecnologica, oltre che dal dominio produttivo cinese. Di conseguenza variano moltissimo: dal cerio, circa cinque euro al chilo, fino a elementi come il disprosio che ne vale migliaia. Inoltre, le tensioni geopolitiche e le esigenze della transizione ecologica causano mutamenti improvvisi al valore delle singole terre rare.

Poiché le REE (Rare Earth Elements) sono sostanze molto simili e si trovano spesso mischiate nello stesso minerale, per estrarle dalla roccia e “sciogliere” la materia prima si utilizzano sostanze forti e dannose, come acido solforico e acido cloridrico; il risultato è che vengono emessi rifiuti tossici e talvolta radioattivi. Si calcola che per ogni tonnellata di REE vengano prodotte duemila tonnellate di scarti.

Emblematico a questo proposito è il “lago nero” di Bayan Obo in Cina, una pozza di scarto che si estende per undici chilometri quadrati. Raccoglie i residui dell’estrazione, milioni di tonnellate di fanghi tossici, acidi, metalli pesanti e radioattivi. Il territorio circostante, un tempo coltivabile, è stato trasformato in un deserto dall’aspetto infernale, privo di qualsiasi forma di vita.

Il giacimento di Bayan Obo visto dal satellite (credit: Google Maps)

Oltre ai rischi ambientali, c’è il sospetto che questi rifiuti siano nocivi per la salute umana, e non solo perché i laghi di stoccaggio possono avvelenare le acque. Le ricerche effettuate fino ad oggi non hanno evidenziato alcun rapporto diretto; si tratta però di studi relativamente recenti e ancora lacunosi. C’è anche – forse – poca volontà politica di condurre queste osservazioni, soprattutto da parte della Cina, che ha l’80% della produzione mondiale di terre rare.

Anche la raffinazione, per convertire i minerali grezzi in metalli puri, è un processo complicato, laborioso e costoso, che richiede diversi cicli di trattamento, tanto che viene effettuata soltanto in impianti che si trovano in Francia, Cina, Giappone e Stati Uniti. Si giunge così a una sorta di “giro assurdo”: il materiale viene estratto in un paese, portato in un altro paese che lo raffina, poi riportato indietro in quello originario.

Le terre rare sono fondamentali per le tecnologie green, tuttavia l’estrazione presenta un costo umano e ambientale insostenibile. Per questo motivo la ricerca scientifica e la normativa politica puntano sempre di più a individuare fonti alternative. Al riguardo sono promettenti il “fango rosso” (rifiuto fangoso, rosso, della produzione di alluminio), la polvere di carbone (che deriva dagli scarti di estrazione o dai residui di combustione), il riciclaggio di componenti elettronici (da vecchi smartphone e batterie). Un’altra fonte di terre rare si trova nei “noduli oceanici” del Pacifico (depositi di minerali simili a sassi appoggiati sulla sabbia), tra i quattromila e i seimila metri di profondità, non proprio alla portata di tutti.

Le due lezioni hanno lasciato i discenti alle prese con una sorta di paradosso: poiché non esiste un metodo “pulito” per estrarre le terre rare, la transizione ecologica è basata su alcune sostanze che si ottengono distruggendo territori e persone. D’altra parte, bisogna insistere sulla tecnologia green per salvare il pianeta, poiché l’alternativa è insostenibile. Un bel dilemma, che la scienza dovrà risolvere in fretta.

Giuliana Guerri

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