Se si chiede a un giapponese a quale religione appartenga, o pratichi, la risposta sarà, nel novantanove per cento dei casi, che non professa alcuna religione.
In realtà, in Giappone, le religioni non mancano e hanno i loro fedeli, che però non sono mai “fedeli” a una sola religione.
Nella loro vita i giapponesi passano indifferentemente da una manifestazione religiosa all’altra, ma ritengono che questo sia un comportamento normale.
Per “La religione di Stato” la via degli Dei, cioè lo Shintoismo, l’imperatore è Dio, e ha potere di vita e di morte su tutto.
Attualmente, dalla fine della guerra, quando il Giappone si è arreso agli americani, per la prima volta nella sua storia millenaria, l’imperatore Hiroito ha parlato ai suoi sudditi, con un messaggio registrato, via radio, accettando la resa e dicendo loro che avrebbero dovuto soffrire l’insoffribile sopportare l’insopportabile.
Da quel momento non è stato più considerato un Dio, ma il simbolo del Giappone. Egli vive nel suo castello imperiale al centro di Tokyo, da dove si mostra al popolo una volta all’anno in occasione del suo genetliaco.
L’altra religione importante è il Buddismo che si divide in varie sette.
Il Cristianesimo è presente con cattolici, protestanti e ortodossi con una percentuale stimata dell’uno per cento.
Altre religioni come l’Islamismo, l’Ebraismo e il Taoismo e varie sette hanno un numero di seguaci ancora inferiore.
In massima parte la manifestazione religiosa nella vita dei giapponesi è vissuta nel seguente modo.
La tradizione scintoista vuole che il bambino neonato venga presentato al tempio con una cerimonia apposita, con vestiti tradizionali; visiterà di nuovo il tempio all’età di tre anni se maschio, a cinque anni se femmina e a sette anni per entrambi. Questo avverrà nella festa del SICI-GO-SAN, cioè sette, cinque e tre. Si ritroverà poi di nuovo al tempio per la cerimonia di matrimonio. Più che al tempio, la cerimonia nuziale, molto suggestiva, con lo sposo e la sposa in sontuosi abiti tradizionali, avviene in una sala appositamente riservata all’interno di un albergo in cui poi si farà il ricevimento di nozze con tutti gli invitati, i quali non sono ammessi alla cerimonia ma sono già accomodati nella sala da pranzo in attesa degli sposi.
In via eccezionale, mi è stato concesso una volta di assistere e filmare il matrimonio di un amico.
L’officiante è un sacerdote shintoista, elegantissimo nelle sue vesti tradizionali, che guida tutte le cerimonie con lo scambio del CHIOKKO, un bicchierino piccolissimo dove viene versato il Sake, vino di riso in dosi omeopatiche che i due sposi sorseggiano in modo rituale. Durante la cerimonia, abbastanza solenne, assistono solo i familiari e parenti stretti che però, pur avendo il vestito da cerimonia, le donne rigorosamente in Kimono, sono tutti con i soli calzini, perché le scarpe vengono lasciate fuori dalla cappella.
L’ultimo appuntamento con la religione sarà poi il funerale. In questo caso è il prete buddista che se ne occupa con un’apposita cerimonia, mentre il giorno prima c’è il banchetto con gli invitati che ricordano i meriti del defunto e bevono alla sua dipartita per onorarlo.
I giapponesi festeggiano il Capodanno nella notte dal 31 dicembre al 1 gennaio, recandosi a far visita ai templi e girando per la città fino al sorgere del sole. In Tokyo sono milioni le persone che si muovono in una transumanza continua per visitare più templi possibili. Solo per quella notte funzionano anche le metropolitane che normalmente chiudono a mezzanotte.
Al contrario di noi occidentali che festeggiamo religiosamente il Santo Natale e ci dedichiamo ai divertimenti a fine anno, i giapponesi festeggiano in modo laico il Natale e religiosamente il Capodanno.
Ci sono poi tantissime feste: i “Matzuri“, presso i templi (un po’ come le nostre sagre), le visite ai cimiteri durante l’Obon (feste dei morti) per salutare i propri cari defunti e pulire e lavare i cippi che li ricordano.
Fra le numerose varie feste, è particolare quella del MAME MAKI durante la quale si lanciano fuori casa dei fagioli dicendo: “ANI WA SOTO FUKU WA UCHI” e cioè fuori i diavoli e che entri in casa la fortuna.
Nonostante i giapponesi si professino non religiosi, in caso di calamità tutti dicono: “KAMI SAMA TASKETE KUDASA“, Dio mio aiutami.
Gian Piero Barozzi

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